g. f. ---> notes
referenze, scritti e fisse malefiche di un critico d'arte con la "c" minuscola
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Il monumento di un antico fornaio

di Gianmatteo Funicelli
Sul tramonto dell’età repubblicana, la memoria dopo la morte compare nella rappresentazione monumentale impressa sulla pietra dura. Dura e senza tempo, così come l’eternità che poteva ricordare meriti ed onori di chi, in vita, conseguì successi ed orgogliose carriere. È in prossimità delle strade che si innalzano i blocchi monolitici depositari della storia dei grandi uomini della romanità: ricordi di un tempo vissuto, di chi ha dato voce alla storia. Fatti e reminiscenze incise sulle fredde lettere epigrafiche che, come un marchio a fuoco, segnano per sempre i caratteri di una vita che fu. Tra i sepolcri maggiormente rappresentativi, quello di Eurisace eretto sul finire del I sec. a.C. all’incrocio di Porta Maggiore rappresenta l’acme in tale ambito: Marco Virgilio Eurisace è in età augustea uno stimato e conosciuto fornaio che commercia all’ingrosso, arricchitosi con la vendita del grano e la produzione di pane per lo Stato. Il suo grande tumulo è un monolite in travertino, su cui si profilano, in sequenza ritmica su tre file, dei grandi oculi neri, a rievocare i recipienti (modii) dove si conservava il pane, mentre sul ristretto fregio superiore, una serie di figure animate propongono le fasi di lavorazione del pane e della sua vendita. La fascia iscritta sulla fronte e che cinge il sepolcro nella parte mediana, ricorda al passante Eurisace e la sua onorata esistenza: «Est hoc monimentum Marcei Vergilei Eurysacis pistoris, redemptoris, apparet» / “Questo sepolcro appartiene a Marco Virgilio Eurisace, fornaio, appaltatore, apparitore”.
Sul tramonto dell’età repubblicana, la memoria dopo la morte compare nella rappresentazione monumentale impressa sulla pietra dura. Dura e senza tempo, così come l’eternità che poteva ricordare meriti ed onori di chi, in vita, conseguì successi ed orgogliose carriere. È in prossimità delle strade che si innalzano i blocchi monolitici depositari della storia dei grandi uomini della romanità: ricordi di un tempo vissuto, di chi ha dato voce alla storia. Fatti e reminiscenze incise sulle fredde lettere epigrafiche che, come un marchio a fuoco, segnano per sempre i caratteri di una vita che fu. Tra i sepolcri maggiormente rappresentativi, quello di Eurisace eretto sul finire del I sec. a.C. all’incrocio di Porta Maggiore rappresenta l’acme in tale ambito: Marco Virgilio Eurisace è in età augustea uno stimato e conosciuto fornaio che commercia all’ingrosso, arricchitosi con la vendita del grano e la produzione di pane per lo Stato. Il suo grande tumulo è un monolite in travertino, su cui si profilano, in sequenza ritmica su tre file, dei grandi oculi neri, a rievocare i recipienti (modii) dove si conservava il pane, mentre sul ristretto fregio superiore, una serie di figure animate propongono le fasi di lavorazione del pane e della sua vendita. La fascia iscritta sulla fronte e che cinge il sepolcro nella parte mediana, ricorda al passante Eurisace e la sua onorata esistenza: «Est hoc monimentum Marcei Vergilei Eurysacis pistoris, redemptoris, apparet» / “Questo sepolcro appartiene a Marco Virgilio Eurisace, fornaio, appaltatore, apparitore”.
La chiesa di un principe

Di Gianmatteo Funicelli
Sul tramonto del XII secolo, la dinastia normanna recupera stabilità e peso politico con la riaffermazione del potere sotto Guglielmo II, nelle calde e lussureggianti terre siciliane. Tale testimonianza è tangibile nella maestosa costruzione sacra dedicata alla Maria Assunta e voluta dal principe sull’ampio terrazzamento naturale, nei pressi della fiorente Palermo, denominato poi “monreale”. La sua grande progettazione, attraverso cui doveva configurarsi uno sfarzoso tempio dinastico, venne attuata tramite l’edificazione di uno schema “classico”: l’impianto chiesastico a sé, con annesso il palazzo dei principi. Tale impresa, già pensata in passato, fallì tra le mani di Ruggero II, il quale non seppe dare alla capitale siciliana un’architettura religiosa degna del potere normanno, che vide invece a Monreale la sua più esaustiva realizzazione più tardi. Sulla linea ideologica della rappresentanza dei due poteri, regale ed ecclesiastico, temporale e spirituale, questi vennero equilibrati con la soluzione di due distinti impianti: l’abbazia su di un lato, e il palazzo reale sull’impianto opposto, mentre la facciata, ad Est, si ergeva imponente verso la città di Palermo. Il corpo di fabbrica mosse numerose maestranze (forse anche costantinopolitane) tali da ridurre i tempi di costruzione sin dall’anno di posa della sua prima pietra (1174). Dopo quindici anni, la prematura morte di Guglielmo (1189) ne prolunga i lavori, lasciando incompiute le murature interne, ancora senza alcuna decorazione nonché prive delle progettate coperture capriate. Lo spazio religioso all’interno venne riccamente intessuto da fitti parametri musivi, i quali descrivevano ieratiche scene testamentarie (Vecchio e Nuovo Testamento) completamente profuse di luce color dell’oro. Tra gli sfavilli delle tessere, Guglielmo compare effigiato riccamente vestito “alla bizantina”, ai piedi della Vergine mentre le offre il modellino della chiesa imitando, per provocazione, la rappresentazione regale del nonno Ruggero II, raffigurato analogamente nella Martorana all’epoca di Giorgio di Antiochia. La ricchezza degli elementi, tendenti al moresco e alla prassi decorativa di area campana, si esprime a Monreale soprattutto all’esterno dell’abside e nel chiostro, dove il repertorio compositivo ad archi intrecciati e fittamente ornato, ricrea nel duomo normanno quasi una trasposizione stilistica degli edifici di culto islamico.
366: dal buio delle "anime pezzentelle"

Di Gianmatteo Funicelli
Luogo della morte e del riposo eterno per chi, come tanti, non poteva degnamente custodire le proprie spoglie: Il grande sepolcreto pubblico progettato ed innalzato da Ferdinando Fuga nel 1762, fu voluto in un luogo isolato, così com’era all’epoca l’altura di Poggioreale, sulla zona orientale di Napoli, dove venne installato: fredda, paludosa e avvolta nel silenzio del cielo nero quasi a toccarlo. Nella Napoli di metà Settecento, il grande cimitero del Fuga è il primo ad accogliere le salme più povere della popolazione del Regno. Assieme all’”Albergo dei poveri”, adiacente e complementare al camposanto pubblico, l’idea di Ferdinando IV, l’allora reggente al potere, era quello di provvedere ad una radicale “ghettizzazione” dei corpi e delle anime meno abbienti, che dal suddetto albergo ospitale passavano alla macabra e sistematica eliminazione di massa tramite un’”inquietante fabbrica di sepoltura”. Il raccapricciante, ma doveroso, progetto servì ad eliminare i numerosi cadaveri che venivano gettati nell’Ospedale degli Incurabili, oppure quelli sepolti un po’ dappertutto per le strade periferiche del napoletano, molto spesso causa di pestilente e malattie devastatrici. Fu allora che il Fuga realizzò il grande complesso cimiteriale, in linea alle teorie razionali delle costruzioni illuministiche: un vasto recinto perfettamente quadrangolare, cinto da alte mura. All’interno lo spiazzo a cielo aperto venne così adibito alla corte della morte: 366 fosse comuni. Tutte coperte da una lastra segnata a numero arabo inciso a mano, sono disposte tramite un coerente reticolo geometrico che si imposta sul piano lastricato e ripartito da 360 fosse allineate in numero di diciannove per diciannove file. Le rimanenti sei fosse, invece, erano posizionate nello spazio rettangolare antistante il cortile, sotto l’atrio coperto. Al di sotto di tutte le cavità, si aprono le relative strutture ipogee, a maglia ortogonale, dove venivano calate le anime “pezzentelle”. Le modalità di inumazione, furono dapprima quelle di “gettare” il defunto a mano, nella sua rispettiva buca, mentre fu poi adottata una macchina per calare la salma nello spazio sottostante, così da adottare una prassi che rispettasse il ritegno dovuto: Il macchinario in ferro ad argano fu un efficace strumento di sepoltura. Venne donato da una nobildonna inglese all’Arciconfraternita di Santa Maria del Popolo degli incurabili, che allora gestiva il complesso funerario. La donna, in un suo soggiorno a Napoli, fu colpita dalla perdita della figlioletta deceduta a causa del devastante colera che si diffuse in tutta l’area partenopea. Rimasta particolarmente scossa dalle rozze pratiche di tumulazione adottate nel cimitero, fece costruire dalla migliore fonderia napoletana questo geniale meccanismo di deposizione, ancora oggi visibile nello spazio interno del santuario funerario, attraverso cui il defunto, adagiato in una bara in ferro, veniva calato verticalmente tramite una carrucola. Quando il feretro toccava l’estremità dello spazio, un meccanismo apriva uno sportellino e il corpo della salma si adagiava così sul fondo, per essere degnamente custodito nei meandri dell’eternità. Oggi, tra l’imminente degrado e il suo fascino popolare, il “Cimitero delle 366 fosse” continua a perpetuare sia il valore storico della Napoli Sacra, sia l’eterna memoria delle sue più povere anime.
Luogo della morte e del riposo eterno per chi, come tanti, non poteva degnamente custodire le proprie spoglie: Il grande sepolcreto pubblico progettato ed innalzato da Ferdinando Fuga nel 1762, fu voluto in un luogo isolato, così com’era all’epoca l’altura di Poggioreale, sulla zona orientale di Napoli, dove venne installato: fredda, paludosa e avvolta nel silenzio del cielo nero quasi a toccarlo. Nella Napoli di metà Settecento, il grande cimitero del Fuga è il primo ad accogliere le salme più povere della popolazione del Regno. Assieme all’”Albergo dei poveri”, adiacente e complementare al camposanto pubblico, l’idea di Ferdinando IV, l’allora reggente al potere, era quello di provvedere ad una radicale “ghettizzazione” dei corpi e delle anime meno abbienti, che dal suddetto albergo ospitale passavano alla macabra e sistematica eliminazione di massa tramite un’”inquietante fabbrica di sepoltura”. Il raccapricciante, ma doveroso, progetto servì ad eliminare i numerosi cadaveri che venivano gettati nell’Ospedale degli Incurabili, oppure quelli sepolti un po’ dappertutto per le strade periferiche del napoletano, molto spesso causa di pestilente e malattie devastatrici. Fu allora che il Fuga realizzò il grande complesso cimiteriale, in linea alle teorie razionali delle costruzioni illuministiche: un vasto recinto perfettamente quadrangolare, cinto da alte mura. All’interno lo spiazzo a cielo aperto venne così adibito alla corte della morte: 366 fosse comuni. Tutte coperte da una lastra segnata a numero arabo inciso a mano, sono disposte tramite un coerente reticolo geometrico che si imposta sul piano lastricato e ripartito da 360 fosse allineate in numero di diciannove per diciannove file. Le rimanenti sei fosse, invece, erano posizionate nello spazio rettangolare antistante il cortile, sotto l’atrio coperto. Al di sotto di tutte le cavità, si aprono le relative strutture ipogee, a maglia ortogonale, dove venivano calate le anime “pezzentelle”. Le modalità di inumazione, furono dapprima quelle di “gettare” il defunto a mano, nella sua rispettiva buca, mentre fu poi adottata una macchina per calare la salma nello spazio sottostante, così da adottare una prassi che rispettasse il ritegno dovuto: Il macchinario in ferro ad argano fu un efficace strumento di sepoltura. Venne donato da una nobildonna inglese all’Arciconfraternita di Santa Maria del Popolo degli incurabili, che allora gestiva il complesso funerario. La donna, in un suo soggiorno a Napoli, fu colpita dalla perdita della figlioletta deceduta a causa del devastante colera che si diffuse in tutta l’area partenopea. Rimasta particolarmente scossa dalle rozze pratiche di tumulazione adottate nel cimitero, fece costruire dalla migliore fonderia napoletana questo geniale meccanismo di deposizione, ancora oggi visibile nello spazio interno del santuario funerario, attraverso cui il defunto, adagiato in una bara in ferro, veniva calato verticalmente tramite una carrucola. Quando il feretro toccava l’estremità dello spazio, un meccanismo apriva uno sportellino e il corpo della salma si adagiava così sul fondo, per essere degnamente custodito nei meandri dell’eternità. Oggi, tra l’imminente degrado e il suo fascino popolare, il “Cimitero delle 366 fosse” continua a perpetuare sia il valore storico della Napoli Sacra, sia l’eterna memoria delle sue più povere anime.
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